La penna e la spada

Il posto dei racconti di Marco Bertollini
giovedì, marzo 13, 2008

Libreria Hoepli - La giostra e altri racconti


So che su questo sito vi aspettate ben altro, e non certo una cronaca sul mio libro. Vi rendo solo noto che da oggi il libro è disponibile anche alla libreria:

HOEPLI di Milano a due passi dal Teatro alla Scala (Via Hoepli, 5 - 20121 Milano)

inoltre lo potete ordinare on-line nel sito della libreria. Lo trovate qui.

Alla libreria Archivi del '900 sono nuovamente disponibili le copie: le trovate esposte all'interno.

State bene. Cyrano.
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domenica, marzo 09, 2008

La ruota

- Il punto è capire dove si annoda, esattamente, il problema. – Disse Caterina scandendo le parole e Fabio sfiorò con le dita il bicchiere sul tavolino. Gli venne un groppo in gola e fu percorso da un tremito, quando l’istinto alla risposta (alla polemica da salotto), lo spinsero ad aprire la bocca. Ma poi s’appoggiò di nuovo allo schienale del divano, afferrando l’aria coi denti per rispondere con una simulazione a una pratica dettata dall’istinto. Fabio aveva deciso di non parlare più. Si stava ancora esercitando, naturalmente, e non sempre gli riusciva. Talvolta infatti se ne usciva con qualche commento, che in virtù del suo ormai prolungato silenzio, risultava lapidario o provocatorio. In qualche caso, le rare volte in cui parlava, si scopriva a fare interventi funzionali al proseguimento della conversazione, secondo il principio per cui se gli altri parlavano, lui poteva tacere. Si limitò a fare di sì con la testa e a guardare in alto a sinistra strabuzzando gli occhi.

- La verità è che il punto s’è perso Fabio, sono vent’anni che abbiamo questo problema. Forse di più. Come fai a ricostruire, me lo dici? Come fai? – insistette Caterina, per nulla colpita dal fatto che Fabio non avesse verbalizzato alcunchè. La donna aveva i capelli lunghi e scuri, quarant’anni portati con fascino morbido e un dolce accento meridionale. Ma Fabio nemmeno l’ascoltava più: aveva perso il filo. Questo voto del silenzio, gli capitava di esercitarlo quando era insieme agli amici, al Verano per esempio, o all’uscita dal San Carlo con ancora le arie nelle orecchie o magari dopo un cinema. Agiva in questo modo anche al lavoro, dove ormai si limitava a scrivere e-mail e non dava più contributi alle interminabili riunioni che venivano organizzate con sempre maggior frequenza. Spesso si limitava a qualche battuta: un assenso, una breve confutazione, un proverbio del tutto inutile. Prima di prendere la decisione finale di non parlare più, il suo linguaggio si era rarefatto e aveva ceduto il campo alla sperimentazione. Non solo parlava di meno e si limitava, come detto, a qualche accenno non verbale, ma talora esclamava frasi completamente al di fuori del contesto, senza provocare negli astanti, comunque, reazioni degne di nota. Si era definitivamente convinto che l’impatto delle sue parole era comunque limitato. In altre parole: che lui si esprimesse o meno i suoi amici continuavano a chiamarlo, la sua indolente carriera proseguiva sulla china delle finte opportunità di lavoro, e in famiglia nessuno pareva accorgersi dei suoi mancati contributi. Si limitava a scuotere la testa o a sorridere, come sempre aveva fatto. Fabio quella sera guardò Caterina e sorrise della sua intima consapevolezza. Si portò il bicchiere alle labbra. – Quanti sono stati i commissari straordinari, eh? Tu Giuliano te lo ricordi quanti sono stati? – continuò Caterina, drizzando la bella schiena arcuata, e rivolgendosi a Giuliano (un comune amico) che stava armeggiando con il diffusore dell’Ipod. Giuliano si girò e disse: - Sono stati... sono stati quattro, forse cinque. Adesso non ricordo, però tanto che cambia?
Fabio tirò un sospiro di sollievo perchè la minaccia della discussione era passata da lui a Giuliano e si alzò dal divano. Aveva deciso di rintanarsi in cucina. Da quando non parlava, anche l’ascolto gli riusciva noioso. Si tirò su le maniche della camicia e poi prese il bicchiere, mentre Caterina e Giuliano discutevano sui bastimenti diretti in Sardegna e sulle motivazioni che aveva la Germania per dare una mano.
La cucina era in penombra e lucida e pulita come appena laccata. La finestra s’apriva ampia sul balcone. Da fuori giungeva, portato dalla brezza, un sentore dolce di fiori avvizziti. Fabio sedette sullo sgabello accanto al tavolo lucido, illuminato dai faretti, e pensò seriamente di poter veramente vivere senza usare la parola, magari in uno stato di perenne contemplazione. Rimaneva il problema della noia, naturalmente, ma quella c’era anche prima, quando si accapigliava per avere sempre l’ultima parola su tutto. La sua lingua si stava spegnendo, questa era la realtà, e come un fiume diventa rigagnolo e poi sparisce tra i sassi, perchè s’inaridisce la fonte, così lui avrebbe smesso di parlare, perchè a monte il suo impulso a comunicare si stava spegnendo. A che serviva parlare? Non era forse tutto, in definitiva, evidente? E per chi non trovava il tutto evidente, a che pro spiegare? L’evidenza si manifesta al di là di un sistema verbale, per così dire appare agli occhi e ai cuori di tutti. Dunque chi non se ne accorge è perchè non può farlo e a nulla valeva il linguaggio, in quel mondo percorso dalle contraddizioni del segno, prima che da quelle del significato. Quindi Fabio avrebbe taciuto e l’avrebbe fatto con metodo, magari adducendo quache scusa meta-scientifica, una con-causa psicologica che importava? Mentre era assorto (in silenzio) in cucina, entrò Caterina che si fermò davanti alla porta, rintracciandolo nella penombra: - Che fai lì solo soletto?
Lui la guardò, socchiudendo gli occhi.
- Pensi. Tu pensi troppo Fabio. – Caterina si fece avanti e Fabio vide che ondeggiava i fianchi come uno vascello della Capitanata.
- Tu non stai bene. Credi che non me ne sia accorta? - Disse Caterina, appoggiando la mano sui capelli di lui, arrotolandoglieli  – è per Maria che non c’è più? E’ per questo  vero?
Fabio fece una smorfia. Pensò: separazioni, divorzi, vedovanze dov’era il problema? Non avevano gli anticorpi per sopravvivere a questo genere di veleni?
- Il problema è sempre un altro, vero? Fa niente. – disse piano la donna. Lui fece di sì con la testa. Lei rimase in attesa, facendo pressione con lo sguardo, con la vicinanza del corpo. Fabio conosceva quel corpo, per averlo abbracciato un paio di volte, forse dieci anni prima e allora decise che forse valeva la pena, magari per un ringraziamento tardivo, di darle una spiegazione, un’ultima lapidaria costruzione verbale. Tossì, si schiarì la gola e le disse sussurrando: - Non ho più voglia di parlare Caterina. Forse ho parlato troppo in questi anni. Ed è come la ruota del criceto, un atto sostenibile che bilancia movimento ed energia, ma che non possiede significato. – Lei rimase ferma un secondo a fissarlo, poi disse: - Anche la cyclette è come la ruota del criceto Fabio, ma il significato sta nello sforzo muscolare, nell’allenamento, nel beneficio che se ne trae. 
- Ma il criceto non sa nulla, si muove solo per istinto. – obiettò Fabio.
- E non è consapevolezza anche quella?
- Tu credi? Può darsi, dal momento che il criceto non dispone di altri mezzi che l’istinto. Ma noi, io e te per esempio, altri mezzi li abbiamo. O meglio crediamo di averli, perchè in definitiva non sappiamo che farci di tutta questa intelligenza, di tutta questa propensione al linguaggio. Facciamo girare la ruota Caterina, facciamo solo girare una ruota.
- E tu sei stufo di farla girare. – concluse Caterina, allontanandosi un poco da lui, colpita  (forse a fondo), per la prima volta da questo suo distaccarsi, da questa ribellione sottile di cui, finalmente, iniziava a percepire i confini. Rimaneva il dubbio, a Caterina, che si trattasse solo di un atteggiamento passeggero, di un vezzo temporaneo.
- Sono stufo di farla girare, questa cazzo di ruota. – rispose Fabio alzandosi dallo sgabello.
- Allora dobbiamo aspettarci..., dobbiamo aspettarci cosa? Che tu non parli più? – chiese Caterina. Lui annuì nella penombra. Per un secondo Fabio si chiese se valesse la pena, in effetti, di fare tutti quegli sforzi per tacere o se non fosse il caso invece di abbandonarsi al flusso delle parole, delle metafore, dei discorsi fini a se stessi che non scalfiscono mai nulla, che non provocano cambiamento, che si rivelano sterile forma. Rimase sul vano della porta, con il mento sul petto e lo sguardo sul granito del pavimento, incapace di figurarsi una risposta, ma già sollevato e subito dopo, in modo inaspettato, selvaggiamente felice.

State bene, devo scappare, Cyrano.
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mercoledì, febbraio 27, 2008

Archivi del '900 a Milano


Ha esaurito le copie de "La Giostra e altri racconti".

Dovrebbero provvedere a breve. Chi non l'avesse trovata nei giorni scorsi, e non avesse la possibilità di recarcisi nuovamente, può contattarmi.

State bene. A presto. Cyrano.
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mercoledì, febbraio 20, 2008

La giostra e altri racconti



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Ora Valeria sfrecciava nel buio, col freddo in faccia, gli occhi che lacrimavano nella corrente. Posso fare di tutto questa notte, pensava, e glielo diceva il suo stesso vigore, la precisione della pedalata con il ritmo del respiro. Valeria si ficcò leggera (a precipizio) dentro la notte. "




Ciao a tutti,

vi rendo nota la pubblicazione de La Giostra e altri Racconti. Se vi va, acquistatelo. Se vi piace, parlatene in giro.

Su questo blog potrete seguire gli sviluppi e i prossimi appuntamenti, e potrete lasciare commenti, critiche e impressioni, come sempre.


Se vuoi comprarlo in LIBRERIA:

A Milano sono presente alla Hoeply (Via Hoepli, 5) e alla Libreria Archivi del '900 (via Montevideo, 9 - zona Parco Solari).

A
Roma sono presente a: BIBLI (Via dei Fienaroli - zona Trastevere) - TICONZERO (Via S. Pincherle - Terza Università, viale Marconi) - SETTE CHIESE (via delle Sette Chiese - zona Garbatella - Regione Lazio) - MICOZZI (Via G. Ferrari - Zona Prati, piazza mazzini) - NUOVA EUROPA (Via Rigamonti - Centro Commerciale I Granai) - CROCE (Corso Vittorio Emanuele II - Centro, largo Argentina)


Se vuoi comprarlo ON-LINE:

Acquistalo con Carta di Credito alla:
Acquistalo in Contrassegno: Bardi Editore

Ordinalo all'Editore: Progetto Cultura

State bene, adesso posso riprendere a scrivere.

Cyrano
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giovedì, gennaio 24, 2008

Mi sa che devo


cambiare sito. Chiederò aiuto a Sasà. Anche se lui in questo momento è piuttosto incasinato. O forse me lo faccio io, con i template di splinder, e poi a lui chiedo qualche gadget. Cosa stavo dicendo? Che cambio sito. Vabbè tutto qui. Non so quando. E' una cosa che devo fare. Stop

Ieri sera sul divano ho provato una violenta nostalgia di Cyrano, quando scrivevo in rima, che meraviglia. Ho assaggiato un po' del whisky di mia moglie e mi sono messo a verseggiare nella mente.  Poi sono andato a letto, perchè sennò mi mettevo a scrivere e invece mi devo riposare. Stop.

il mondo qui fuori è talmente sbagliato e non mi fermo al campanile. E' così grande la forza che bisogna avere. Ma è una (piccola) sfida entusiasmante, anche se va tutto a scatafascio. Poi penso che sono sul divano, mentre qualcuno sfonda le frontiere per mangiare. Facile fare le sfide intellettuali con se stessi. La cattiveria è sempre quella, ma laggiù fa più vittime. Stop

Cyrano.

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giovedì, gennaio 24, 2008

La favola rotonda


Ciao a tutti,

perdonate l'assenza. Sto brancolando tra fatiche omeriche e delusioni. Tornerò naturalmente, molto presto. Intanto qui trovate altra pubblicazione. Sarà disponibile a Marzo e vi avvertirò con il link per l'acquisto.

State bene, a presto spero, Cyrano.


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lunedì, dicembre 24, 2007

Scrittura


Quando penso a tutti i casini della mia scrittura, sorrido. Gli editori, le riviste, le liberatorie, la blogosfera: è una piccola società che riproduce l'esistente. E anche io, naturalmente, riproduco l'esistente: sono capace di pensare a una poltrona di cuoio, un bel libro e un buon whisky (magari con un camino acceso) e nello stesso tempo all'esilio forzato, fuori dal mondo occidentale. E questo è vero sempre, è una doppiezza consapevole. Mi vengono in mente le persone, quelle che sono da sole, uomini, donne, bambini. E invece credo che si debba vivere e morire sempre insieme a qualcuno: non importa l'età, per stare bene insieme bisogna essere in molti e diversi. Non succede sempre, anzi quasi mai. La scrittura non ha la minima importanza. E' soltanto bella.

Buone feste già che ci sono, un po' in anticipo daccordo, ma chissà dove sono domani. State bene.
Cyrano.

p.s.

Ermione! Perdonami! non dipende da me, lo sai. Invece no, è colpa mia! Sono piuttosto stanco e capisco che invece di scrivere cose come quella qui sopra, potrei impegnarmi più a fondo. Questo è vero. Però sai anche che io mi stanco per tipo di scrittura, e i post sono diversi dai racconti. C'è chi dice che siano perfino meglio. Lo finirò, te lo giuro. E potrai passarlo tra le maglie fini dell'anima, fingendo stupore e provando sollievo. O rabbia. Non posso aggiungere altro Ermione, anche perchè non esiste discolpa. Baci (se posso).
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martedì, dicembre 18, 2007

Bem


Andiamo a prendere l’aperitivo, subito dopo l’ufficio. Bem è sopra le righe, perchè ha litigato con il capo: ride e racconta come l’ha messo in buca. Si chiude nel giubbotto e si tira la sciarpa sulla bocca. Ci sono anche la Stefy e Giorgio. Il tempo minaccia pioggia ma per fortuna nessuno ci pensa perchè è venerdì. Cammino davanti con la Stefy, tra i fari che tagliano la strada e i colpi di clacson. Lei mi racconta del lavoro che stanno per rilasciare, e di come sia un progetto di merda per tutti, per quelli che ci lavorano, per il cliente, per la società. Stefania ha lo sguardo che si perde nel vuoto, questo lo capisco pure io. Ma ognuno di noi ha le sue preoccupazioni, quindi non ci bado. Quando siamo davanti all’entrata del locale mi giro e vedo che Bem è rimasto indietro e guarda il muro, a una spanna di distanza. Lo chiamo e lui non si muove.
- Cazzo sta facendo? - chiede Giorgio.
- Non lo so. – rispondo.
- Non è mica normale quello.- Io guardo Giorgio e per un istante mi tornano in mente le parole di Bem, prima sul balcone quando stavamo fumando: quello è un cretino, non ti fidare. E’ come loro, mi diceva.
Lascio Giorgio e Stefania e vado verso Bem. – Noi entriamo intanto. Si crepa di freddo.- urla Giorgio dietro le mie spalle.
- Ma fottiti. – dico io piano. Raggiungo Bem. – Che fai, non vieni? – Lui si gira verso di me e risponde: - Stavo guardando questo graffito. E’ come uno stencil, vedi? Sono bellissimi. Chissà chi li fa. Ce ne sono una serie fatti così.- Io guardo lo stencil. E’ il volto di un uomo, un fumetto in bianco e nero impresso sul granito del palazzo e la scritta sotto dice: buyo is tired.
- Vengo. – continua poi - anche se quello è una testa di cazzo.
- Bem, non puoi far finta di niente, una volta tanto?
- No. Non credo. Comunque.
Ci avviamo verso il locale.

Bem ride e si porta alla bocca il gin-tonic. Poggia il bicchiere. – E poi? Ma veramente gli hai detto così? – Chiede Stefania. La guardo: tira fuori il petto, si passa una mano tra i capelli.
- E’ la verità no? Perchè bisogna aver paura, a che serve la democrazia? – risponde Bem.
- Senti, secondo me dici un sacco di stronzate. Comandano loro, giusto? – interviene Giorgio. Urla per farsi sentire. Nel locale tutti parlano a voce alta, in mezzo alla musica.
- A me nessuno mi comanda. – risponde Bem freddo, come se improvvisamente fosse arrivato il momento della resa dei conti, delle parole pesanti. Bem è fatto così. All’improvviso si ri-posiziona, cambia le regole del gioco e tu ti trovi in mano delle carte e non ci fai niente, sei costretto ad affrontare una realtà più ampia, con un significato più vasto. – Io rispetto le persone – continua Bem - c’è sempre da imparare. Ma c’è un limite a questo rispetto, oppure tu sei uno che rispetta sempre e comunque?
- Cazzo dici? Non te lo danno loro lo stipendio? E allora taci e lavora, no? – lo canzona di rimando Giorgio, e fa un gesto teatrale, scontato (perfino povero), e mette il braccio sullo schienale della sedia imbottita.
- Che me ne frega dello stipendio. Ma perchè tu sei fermo allo stipendio? Allora sei proprio uno schiavo dentro, la razza peggiore, quella che si rende schiava. – risponde secco Bem e io inizio ad avere paura. Non sopporto la violenza. Mi viene da cacciarmi sotto un tavolo, sento una stretta bestiale allo stomaco. Ma siccome non sono una checca, cerco di non farlo vedere, anche se ho paura, e chiamatemi pure represso.
- Ma tu sei matto. – Dice Giorgio. E ride, cercando di coinvolgere Stefania che si fa indietro con la schiena, per metterlo a fuoco meglio.
- Ma chi me l’ha portato questo? – risponde Bem. L’altro si alza, strascicando la sedia, avrà 25 anni e il capello corto, tutto a posto con la cravatta.
- Bem lascia perdere – dico io, e faccio segno a Giorgio di sedersi. Non so dove ho trovato il coraggio, forse l’amore per Bem, anzi sicuramente l’amore per Bem.
- E tu piantala.- dice Stefania, rivolta a Giorgio – lascialo parlare no? E poi mi sa che ha pure ragione.
Scende il silenzio intorno al tavolino. Nel locale Mario Biondi fa finta di essere americano, trascinando la musica. Bem si alza e si mette la sigaretta dietro l’orecchio. Va fuori a fumare, non può farne a meno. Lo raggiungo, ma prima faccio una smorfia a Stefania, perchè la mollo con lo stronzo. Bem è fuori che lascia andare il fumo nella sera gelata. Non rabbrividisce, sta impalato e guarda la strada.
- Come va? – gli chiedo.
- E’ solo un povero stronzo. Credo che dovrei ammazzarlo. Sul serio. Quel cretino. E con quelli come lui che...
- Tu non fai proprio niente. Lascialo perdere. Mica è colpa sua.
- No, lascia stare. Tu non mi segui. Io non ne posso più di questa gente. – risponde Bem.
- Che c’è da capire? Che son tutti così? E allora?
- Il numero non conta. Conta la dignità di ciascuno.
- Non c’è ne più di dignità Bem. L’hanno persa tutti e da tempo. Io perlomeno l’ho persa. Non ci credo che riesci a dire frasi del genere.
- Forse è un problema tuo. Non mio. – sbuffa il fumo che si perde nella notte. Io vorrei picchiarlo, forte, alla mascella, ma non so come fare. E poi è meglio che lascio perdere. Mi è appena passata, ammesso che lo sia. E se faccio così mi riprende al volo, mi arrotolo nei perchè e nei non è giusto e sono finito. Bisogna rimanere distanti, non bisogna farsi del male. Distolgo lo sguardo. Sono uno stronzo, dovrei passare la sera con quelli come Giorgio. Altro che Bem e tutta la sua cazzo di poesia, il senso del tragico, la morale, l’inventiva, il colpo d’occhio. Bem l’artista, cazzo.
- Dai rientriamo. – dico mentre respiro forte l’aria fredda.
- Niente da fare. Me ne vado. Non ce la faccio a respirare tutto quel veleno.
- E Stefania? Cazzo, Bem!
- Dille che son dovuto scappare. E’ la verità. Devo andare a vedere una cosa.
- Che cosa? E che ci vuole a dire la verità? Pensi che la verità giustifichi tutto, è questo che pensi? – rispondo esasperato.
- Sai quel graffito? Ne ho visti altri, tre o quattro non ricordo, sull’Alzaia del Naviglio che porta a Corsico credo. Devo fare delle foto.- Risponde senza nemmeno far finta di avermi ascoltato, con gli occhi illuminati. Butta la sigaretta, che fa un arco fino in mezzo alla strada. Poi si gira e s’incammina verso l’angolo, quella testa di cazzo. Eppure domani, o magari tra un mese, Bem scriverà qualcosa riguardo quei graffiti, non so cosa, forse solo uno spunto o un’allusione, e mi presenterà il conto con gli interessi, e io non avrò nulla da dire, proprio nulla.

State bene, Cyrano.
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domenica, dicembre 16, 2007

Post sotto l'albero


Ciao a tutti,

qui trovate il blog che ha pubblicato il Post sotto l'albero.

qui trovate il documento scaricabile.

nel documento trovate (insieme ad altre cose, ben inteso) il racconto: la ballata della giovenca.

State bene, a presto. Cyrano


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mercoledì, dicembre 12, 2007

Il canto della Giovenca


what got you to dinner, Laird Rowland, my son?

What got you to dinner, Laird Rowland, my son?

I got eels boild in brue; wither, mak my bed soon,

For I 'm weary wi hunting and faine would lie down.


[...] Parlai con le vecchie che curavano gli infermi, lungo i fiordi della Norvegia e nella valle di Eggedal, dove da sempre si aggirava il mitico Serpente Selma, dotato di pinne, zoccoli e corna e il cui canto poteva udirsi fino all’altro capo del mondo, specialmente il giorno di Natale [...]

[...] Quando chiedevo della Giovenca di Mare ed estraevo le copie dei bozzetti e della documentazione che mi portavo in giro nella bisaccia, la gente si girava dall’altra parte e mi abbandonava senza dire una parola [...]

[...] La mia frustrazione fu indicibile e mi risolsi di proseguire le ricerche solo fino al 25 Dicembre del 1857: di Natale avevo iniziato la mia ricerca, e di Natale l’avrei terminata, proprio su questa scogliera. [...]


Cyrano.


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lunedì, dicembre 10, 2007

Le mie Giovenche di Mare



Stanno arrivando le Giovenche di Mare. A qualcuno la cosa non dice nulla. Ad altri sì, naturalmente. E' nato in modo strano. Ed è un racconto strano, non poteva essere altrimenti. Quello che c'è scritto nel racconto non è tutto, il resto diciamo che lo sto raggruppando. E' un po' disperso in giro. Farò una fatica boia a recuperarlo, seppur con approssimazione. Ora non fraintendetemi vi prego, io odio quei cosiddetti libri che hanno una parte multimediale e l'altra scritta, ma all'incontrario e poi il capitolo cinque che esattamente uguale al ventuno che viene recitato, e via dicendo. Il racconto sulle Giovenche di Mare è una cosa seria, compiuta e frettolosa come devono essere queste cose. MA esistono altri frammenti, per lo più monologhi, e qualcuno non è nemmeno in mano mia! E che le pubblichino! Sarebbe divertente, anche se magari, una volta tanto, sono io l'unico che si diverte...  No scherzi a parte, l'idea della Giovenca di Mare mi ha affascinato immediatamente e la mia fantasia è volata come un razzo a certe storie dell'ottocento anglosassone, dove bestie misteriose e demoniache vengono evocate da chi troppo le vuol cercare. Sono un bel mucchietto di metafore carine, e poi scriverle! E' molto divertente. Due pagine sono diventate otto, il secondo giorno di lavoro, quello entro il quale tradizionalmente finisco la prima stesura. Altri due giorni per la revisione, sapendo che ce ne vorrebbero quattro. E poi il punto, e la pausa del quinto giorno. Ultima lettura e fine dei giochi, ho dato il volto a una Giovenca di Mare. State bene, devo veramente scappare. Cyrano.

p.s.

dimenticavo, il racconto di cui scrivo nel post precedente si intitola La Guarigione e lo trovate qui per i tipi della Giulio Perrone, dentro l'antologia  dovrei esserci anche io. E' curata da Giovanni Di Muoio.
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mercoledì, dicembre 05, 2007

Business is (really) business?


Come sapete non amo parlare molto di me stesso. Tra voi lettori è piuttosto raro che qualcuno mi conosca. Preferisco che al posto mio parli la scrittura. E’ quindi difficile che mi esponga su questo blog a considerazioni che non siano mediate, appunto, dalla scrittura. Tuttavia è bene che metta in chiaro una cosa, visto ciò che si sta muovendo in questo momento. Io scrivo e questo lo sapete. Sapete anche che mi piacerebbe vivere della mia scrittura (così come del resto mi piacerebbe andare in Patagonia su un areostato, oppure passare tre mesi in Canada). Tuttavia come immaginate vivo indipendentemente da queste aspirazioni, e soprattutto scrivo indipendemente dalle mie fortune letterarie ufficiali.
Lo farei comunque e l’ho sempre detto.

Usciranno a brevissimo un mio racconto su un antologia di Giulio Perrone Editore . L'antologia di chiama: Inadatti al volo e contiene un mio racconto (La guarigione). Uno stralcio di intervista su un’altra iniziativa cartacea messa in piedi da Splinder è già acquistabile on-line. Fanno parte di quelle iniziative per le quali un autore, di solito un blogger, cede i diritti di un pezzo inedito (o nel secondo caso di un edito) che viene integrato in un libro (reale) e buttato sul mercato a pagamento.

Per coloro che si divertono a seguirmi anche al di fuori di questo blog, da ora in avanti metterò a disposizione i link per l’acquisto delle opere sopra elencate ma non farò ulteriore pubblicità. Concludendo: da questo momento in poi, chi vorrà stampare i miei racconti e realizzare un profitto, dovrà pagarli, altrimenti Cyrano lo troverete solo qui sopra. Gratis. Diverso discorso è l’antologia di racconti che ho scritto per Progetto Cultura che invece uscirà a Marzo. In questo caso si tratta di una raccolta di racconti lunghi inediti di Cyrano che sarà data alle stampe. Anche in questo caso un riflessione: non ho intenzione di sobbarcarmi il marketing di questa antologia. Metterò a disposizione il link per l’acquisto e la reperibilità. Chi la vuole la compra. Se invitato parteciperò a reading e manifestazioni, altrimenti ne farò a meno. Se piace, la voce si spargerà da sola.

Questo è quanto. State bene. Cyrano
.
p.s.

Sto lavorando a una seconda raccolta di racconti e questa volta, il primo racconto (dei quattro previsti), sarà pubblicato interamente su questo blog. In attesa di editore, naturalmente.

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lunedì, novembre 19, 2007

A pieno regime


Sono talmente indaffarato, sotto pressione e stanco che potrei azionare una macchina a vapore, grazie ai joule che consumo dalle sette alle due. Non pensavo che la vita potesse essere così faticosa. Dieci anni fa ero sorpreso dalla mancanza di senso di quello che si fa generalmente, a Milano e forse in Italia. Oggi sono saturo come una melassa. Faccio troppe cose, ho mille pensieri. Raggiungo risultati, mi sforzo di migliorare i miei rapporti familiari, di raggiungere gli obiettivi, di pianificare i costi, di mantenere le poche amicizie che mi rimangono, di scrivere, di curare la mia istruzione e i momenti di svago. Un perfetto borghese, per certi versi. Per altro verso un radicale, per lo meno verso me stesso. E faccio sempre più fatica. Il contenitore è sempre lo stesso, badate bene. Il lavoro fatto seriamente, lo sforzo di mantenersi onesti, l'incompresibile ignoranza delle persone che incontro, il rispetto e l'amichevolezza come biglietto da visita, la banalità sconcertante  della gente e i motivi per cui si accapiglia, l'umiltà di dover sempre imparare qualcosa, le battaglie di contenimento dell'ego. Si mette anche a fuoco cos'è l'amore, l'amicizia e la morte. E tante altre cose che il cervello, i nervi e il cuore fanno fatica ad assimilare, come schiacciate dal fardello dei sensi. Un momento di passaggio (come la capanna del sangue) nel quale l'orizzonte si piega ad angolo retto per indicarti una strada, pur tra mille altre. Giusta? Sbagliata? Non importa, che ne so io? E poi tutto il resto è vita, come viene, inventando sul momento, stringendo la bussola tra le mani e il mare in tempesta che scroscia sulla chiglia e le raffiche di vento, la lanterna che cade sul ponte. E poi c'è qualcosa che spicca dalla mia fatica quotidiana, come la lancia spezzata sul campo di battaglia. La consapevolezza che adesso (e non prima) si sta formando la mia storia. La bava di una lumaca che prima era appiccicosa e adesso diventa di pietra liscia, per poterci scrivere sopra. Forse è la fatica, la vera energia del processo. Sia quel che sia, non posso far altro che dissiparla.

State bene. Cyrano.
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lunedì, ottobre 15, 2007

Cyrano su Sagarana


Uscito il N° 29 di Sagarana, rivista on-line. Ci trovate un mio racconto qui. E' un racconto vecchio, sepolto da qualche parte in questo stesso blog. Il racconto è stato rimaneggiato e corretto quindi è da intendersi come seconda versione.

State bene, a presto. Cyrano.
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giovedì, ottobre 04, 2007

Una bella mattina



walking womanUna mattina a passo svelto, un ottobre nei sotterranei coi treni. Un'aria fresca come primavera tra incroci e palazzi. Scala mobile che ronza e una bella donna che mi cammina incontro, all'aperto, e mi guarda. Cemento dovunque e cammino a piedi, le macchine parcheggiate e i lavori sulle strade, sulle case di Milano. Dovunque mi giro è bellezza femminile stamattina: è come camminare in uno stato di grazia. Qualcuna alza lo sguardo incrociando il mio, che cammino. Altre non guardano, sono prese dai pensieri, qualcuna sorride e manca poco che mi giro, per vendicare quelle sfrontatezze d'amore. Ho diritto a quegli sguardi, perdio!
E poi mi vedo riflesso in una vetrina, e mi giro: sono un essere sorprendente, vestito di nero, abiti fuori moda, con le rughe sulle guance che sembrano due solchi, il computer a tracolla e un libro nella mano. Ho i capelli fuori misura, senza significato, come gettati sul capo. Sono forte e fragile allo stesso tempo, dipendo da piccole cose. E tutte queste donne sono gigantesche, stupefacenti, iperboliche e mi scalfiscono la pelle. Questa mattina Milano ne ha prodotte a dozzine, le ha liberate dai portoni, le ha rese felici per i miei occhi, orchestrando un caso favorevole per ognuna di loro. Non è un giorno per lavorare questo. Occorre sprecare un po’ di vita, bisogna fottersene del tempo, perchè questa mattina Milano è più bella di un museo.

Cyrano
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lunedì, ottobre 01, 2007

La guerra di Gaetano Capodimonte


Gaetano Capodimonte fissò la pianura con sguardo accigliato. A cavallo dietro di lui c’era Ferruccio di Grenada, il suo luogotenente. L’uomo aveva la testa fasciata da un turbante rosso, i baffi lunghi e la pelle scura. Gli chiese: - Quanti sono mio signore?
- Una miriade, Ferruccio. – Gaetano sospirò forte, diritto sulla sella. Il cavallo si mosse piano, urtando le frasche di un faggio che stendeva la sua ombra sul versante della collina. Quante volte era stato sul campo di battaglia? Forse dieci (senza contare le scaramuccie e le risse con spada e coltello). L’armatura gli segava le spalle e da un po’ di tempo la mole dei ricordi iniziava a pesargli, come se la vita potesse stancare. Tirò le redini, il cavallo retrocesse e poi l’uomo lo accarezzò sulla mascella, per calmarlo, sempre guardando l’orizzonte.
- Cosa facciamo mio signore? Dietro abbiamo i mori, a una giornata di marcia.
Il sole splendeva e il cielo era azzurro, senza neanche una nube nel pieno del mezzogiorno. Dietro il tavoliere a Ovest c’era il mare con tutte le isole, le scogliere frastagliate, le gole e le calette. A Est c’erano le foreste impenetrabili e i laghi azzurri come il manto della madonna, e dopo si arroccavano i principati Serbi e Bizantini, e poi il deserto di steppa. In mezzo c’era la pianura di Crostòrica, piena di tende bizantine che sembrava una scacchiera, e macchine da guerra e serragli, padiglioni e file di armenti, fuochi, cataste e un perenne andirivieni di pattuglie, esploratori e messi del sultano, bandiere Veneziane e file di soldati e cavalli singoli al galoppo. E in lontananza, a chiudere la valle, i fianchi delle montagne innevate. Ferruccio aveva fatto una domanda sbagliata. Per Capodimonte c’era una sola cosa da fare.
- Prepara l’esercito. Chiama gli esploratori. Disponi gli arcieri sulla sinistra e sulla destra. In mezzo disponi i cavalieri.- Disse Gaetano Capodimonte.
- Sono solo in tredici, signore. Con noi quindici. – il cavallo di Ferruccio girò la testa sbuffando, sudato.
- Ci terremo nascosti a dieci metri dalla linea del bosco. Gli Apuli e i contadini mettili dietro, insieme a due serragente.
- Sì mio signore. Meglio quattro serragente. - Rispose Ferruccio. Capodimonte era il suo destino, per diritto di nascita e d’onore. Nei momenti in cui il Barone prendeva il comando (alzando la fronte coi riccioli neri), fissava ammirato quel profilo greco e popolare, e si sforzava di comprenderne la visione.
- Facciamo uscire gli esploratori, lanciandoli verso l’accampamento bizantino. Falli vestire con cotte, qualche gambale, un paio di elmi. A uno di loro fa indossare il mantello rosso, ti consiglio Suri, il sardo, che ha pure il portamento. Devono sembrare cavalieri cristiani sbandati, Ferruccio. Più o meno quello che siamo veramente. Quando vengono scorti dai greci, dì loro di caricarli al galoppo, lanciando urla, per poi ripensarci e frenare i cavalli, laggiù nella pianura.
- I greci li vedono e li inseguono, sperando di catturarli per un riscatto. E quando i bizantini sono a tiro, usiamo gli arcieri. E poi la cavalleria. – Disse Ferruccio d’impeto.
- Sì. Mi pare l’unico modo. – Rispose il Barone, guardandolo. Poi spostò lo sguardo sul dirupo che portava allo spettacolo della pianura. Ferruccio corrugò la fronte e disse: - Unico modo per far cosa, mio Signore? Dove ci fermiamo, dopo il contrattacco?
- Dove ci fermiamo? – Gaetano Capodimonte rise, spalancando la bocca coi denti perfetti – non ci fermiamo Ferruccio, non ci fermiamo più. Da’ gli ordini, che non c’è tempo da perdere. Domattina all’alba attacchiamo.
Ferruccio rimase a bocca aperta. Dunque era questo. Erano alla fine. Ma la notte era ancora lunga, e il cielo sarebbe stato pieno di stelle.

Quella notte si trovarono a fissare il buio della valle, con il dorso rivolto al braciere. L’intera collina era puntellata di fuochi: quelli dei pastori, delle pattuglie dei mori, di cristiani sbandati, dei commercianti che attraversavano le montagne protetti dai bizantini o dai veneziani, i fuochi dei frati e dei pellegrini e poi quelli degli assassini e delle streghe e dei pazzi. Fuochi d’appertutto.
- Perchè vuole morire, mio signore, la vita non le dice più niente?
- Sono vecchio Ferruccio e tra poco non riuscirò più a sopportare tutto questo. - Rispose Capodimonte, aggiustando il sedere in una cunetta. Non lo spaventava morire, naturalmente.
- Il mio signore non è vecchio. Siamo nati lo stesso giorno. Eppure io non ho voglia di morire.- rispose Ferruccio.
- Ci sono cose che fanno invecchiare più di altre.
- Che cosa mio Signore? Posso chiederglielo, vero? Questa è la nostra ultima notte. Che cosa la sta invecchiando? La caccia con il falcone? I banchetti con le dame a corte? Le cavalcate all’alba tra la frescura delle montagne? O magari le donne..
- Ricordi sotto le mura di Capri? – Capodimonte rise forte, quasi tossendo al ricordo della sua entrata furtiva in città, dopo aver aggirato di notte, le scogliere. E poi gli venne in mente quella donna, una delle tante, e provò una scossa al cuore, pensando che il giorno seguente doveva morire. Che dolore, quello sì! Pensò il Barone, mentre Ferruccio parlava, il dolore di non stringere più una femmina dentro un letto, o di vederla ubriaca di vino e miele che gli danza di fronte, nuda, nella torre del castello. Ferruccio si accorse che il Barone non l’ascoltava e tacque. Capodimonte non voleva perdere la bellezza del mondo.
Non se ne accorsero, ma presto fu giorno. E allora gli esploratori partirono al galoppo, fingendosi sbandati e fuggiaschi. I bizantini li videro subito e un drappello di cavalieri si mise all’inseguimento, brandendo le spade e le insegne di Comneno, divorando la pianura. Gli arcieri tirarono e qualche cavaliere finì disarcionato o ucciso. E poi Capodimonte e Ferruccio si gettarono al galoppo, scintillanti, lungo il fianco della collina, circondati da zolle di terra che salivano al cielo. Mentre il Barone raggiungeva il primo cavaliere greco e d’impeto lo decapitava, il suo luogotenente brandiva la spada a due mani e in piedi sulle staffe, spronava il cavallo con le sue urla. Gaetano Capodimonte e Ferruccio di Grenada, seguiti da tredici cavalieri normanni e siciliani si lanciarono verso l’accampamento dei greci, incontro alla morte. O alla gloria.

State bene! Cyrano.
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venerdì, settembre 28, 2007

Piccioni


Piccioni in branco che sgrufolano tra i rifiuti di questo fottuto mercato. C'è qualcosa di peggio? Certo, direte. C'è sempre qualcosa di peggio. Mi consolo: è in arrivo Gaetano Capodimonte.

State bene. A presto. Cyrano.
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martedì, settembre 18, 2007

Non ce la posso fare

Non chiedo comprensione: me la sono cercata.

  • Da domani usciranno dei post scritti appositamente per la redazione di Grazia Blog
  • Il 23 settembre sarà a Belgioso (Pavia) per Parole nel Tempo - Piccoli Editori in Mostra. Sarò allo stand di Progetto Cultura 2003, prossimo editore per la mia raccolta di racconti, probabilmente nel pomeriggio.
  • Sto portando avanti un romanzo, ma è inutile anticipare, la gestazione è lunga. 
  • Altre novità in arrivo.

Abbiate pazienza, non dimentico il blog, come potrei?

State bene, devo scappare. Cyrano.
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venerdì, settembre 14, 2007

Vecchia coppia


Mario cammina da solo lungo la strada di ghiaia. Ogni tanto incrocia una coppia o una famiglia che sale in direzione opposta. Alle sue spalle l’edificio sembra fatto di scatole e vetro, tra montagne che poggiano su altre montagne, nell’aria già fredda di ottobre. Il crepuscolo è rosso, il sole si abbatte dietro una vetta. L’uomo raggiunge il parcheggio. Sale in macchina, dove Sara lo aspetta al volante, fumando. - Com’è andata, sei riuscito a parlargli?
- Sì. Gli ho parlato.
- Come sta? - Chiede la donna accendendo il motore.
La macchina ondeggia lungo i tornanti in discesa, tagliando le curve con i fari.

- Me ne porta un altro, per favore?
- Vuoi proprio farti del male. E’ il quarto punch che bevi. Non fa così freddo.
Mario le sorride con la mente leggera, e s’appoggia allo schienale di legno. Sente le ossa che scricchiolano e male alle anche. E’ la vecchiaia che bussa alle porte. La donna sembra protesa verso di lui, in ansia, con gli occhi neri spalancati. Mario se ne accorge.
- Non stai bene? – chiede.
- No, figurati. – la figura di lei si rilassa, si guarda intorno nel piccolo locale di panche e tavoli in legno.
- Dovresti prenderne un paio anche tu. Dopo ti racconto una storia. – dice Mario toccandole una mano, coprendola con la sua.

E’ una storia di quando si andava a ballare in quella Milano che era ancora un paese. E Dario non ne faceva una questione di donne: lui doveva solo ballare, come se usciti dalla guerra si dovesse per forza accendere il motore, magari sui ritmi americani. Dario era sempre invitato alle feste, perché con lui nessuna ragazza aspettava, per poi andarsene imbronciata, assieme all’amica, dopo una sera passata seduta ad aspettare. Tutte le faceva ballare. Qualcuna se la portava fuori, se aveva un bel seno e ci stava. Dario aveva le scarpe lucide e il pantalone con la piega, la giacca troppo grande e un senso del ritmo che spargeva dovunque. Quando Dario ballava, lui diventava la festa, e con lui ballava la città di Milano.

Nel letto della stanza, in quell’albergo in montagna, dopo aver fatto l’amore come lo fanno due amanti che si conoscono bene, Mario intreccia le gambe con lei. Sara gioca con i peli bianchi del petto e sorride e lo bacia e appoggia la bocca sulla pancia di lui.
- Continuava a ballare? a sessant’anni continuava a ballare? - sussurra Sara nel buio.
- Eccome. E dovevi vederlo.
- Non mi hai ancora risposto, però – dice Sara.
- Cioè?
- Come sta? – chiede la donna, carezzandolo sul ventre, passando le dita tra i peli.
- Andava in macchina, una settimana fa. A Milano, al Monumentale. Ha cominciato a sudare, così mi ha detto. Poi non ci ha visto più. E’ diventato cieco, all’improvviso. Non può più ballare.
Sara tace. E’ strano trovarsi in presenza della malattia: sente un misto di tenerezza per se stessa e per quelli colpiti, e poi sollievo e ribellione sprecata.
- Che ti ha detto, all’ospedale? – chiede poi, con voce roca.
- Non mi ha detto niente. Parlavo solo io. Gli ho ricordato la lambretta, il giradischi e le ragazze con le gonne che giravano come le ruote, quando le prendeva dai fianchi, e gli ho raccontato di quando finiva la festa che si faceva il bagno al Naviglio e della Riviera con le sue spiagge e i tramonti, e poi Mentone e Saint Tropez, nei primi anni sessanta.
Mario volta la faccia a sinistra per non farle vedere le lacrime che gli bagnano il viso, anche se è buio. - Adesso basta parlare di lui - conclude Sergio con una voce non sua - adesso basta parlare di lui.
Sara gli toglie le lacrime con la mano e si asciuga la mano tra i capelli. Poi tace e appoggia la fronte alla sua.

State bene. Novità in arrivo. Devo scappare. Cyrano.
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mercoledì, agosto 15, 2007

Vacanze


Sono in vacanza. Me ne andrò sull'Atlantico e farò una puntata nei Paesi Baschi a ossigenarmi. Settembre incombe, ma ora non ci penso. Mi sto leggendo pastorale americana, di Roth. E' un libro straordinario. Se vi va di perdere tempo con il mio scaffale su Anobii, potete trovarlo qui.

State bene. Ora devo scappare. A presto. Cyrano.
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lunedì, agosto 06, 2007

Naive


E' uscito il libro di Romina Capo. Gli estremi della pubblicazione li trovate qui.

State bene.

Cyrano.
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mercoledì, agosto 01, 2007

Serena e il Professore


Serena guardò fuori e vide i fari che scorrevano nella notte. Schiacciò il naso sul vetro. Era sola in casa ed era sola pure nella vita. Quasi non ricordava più il suono del telefono. Si staccò dalla finestra, e ripensò al microfono di fronte, sulla pedana d’argento, il pubblico prezzolato, il volto rosso di suo padre che la guardava dalla platea, l’alternarsi dei personaggi e i cavi che scorrevano dietro le telecamere. Ripensò al momento della vittoria, alla sua solitudine di fronte all’alternativa di trovarsi con un pugno di mosche o con un sacco di milioni. La responsabilità di quel momento, lontano ormai più di un mese, la schiacciava retro-attivamente, la disperazione montata a neve dal suo amico Presentatore, quello che era vestito di scuro, quello che aveva la faccia deformata dallo Spettacolo (un po’ furbesca, un po’ onesta). Serena provò un conato di vomito e sedette sulla poltrona e abbracciò il soggiorno con uno sguardo: il divano in pelle azzurra, le pareti gialle, il tavolo col mosaico, gli attrezzi scintillanti della cucina, i quadri che non conosceva (investimenti sull’autore emergente!), tutto gli parve un filo estraeneo, a livello di olfatto per così dire.
Quattrocentomila euro. Quello che le stava intorno l’aveva pagato con la vittoria al programma televisivo. Se uno lo racconta, nessuno gli crede, dove sono, per strada, quelli che vincono? Serena pensò al Professore, lo psicanalista pagato anche lui con quei soldi, al Professore che dice:
- Lei si sente privata di una porzione di vita, come dire? E’ come se fosse stata violentata, nè più nè meno.
- Io, violentata?
- Lei riesce a capire il luogo nel quale si è trovata? Gli autori, lo scenario, le prove, i truccatori, i ballerini?
Serena annuisce, stupita che ci sia qualcosa da valutare: - Una trasmissione. Un quiz dove io..
- A quella gente non gliene frega niente di Serena Aldegheri, a loro interessano i casi umani, e più questi si dimostrano umani, più loro sono contenti. E crede che chi guarda quelle trasmissioni abbia il quoziente intellettivo, oppure l’intelligenza emotiva di un Sartre? Oppure di un Henry Miller? Quelli non li freghi con la complessità dei personaggi, quelli vogliono lacrime e sangue. Capisci? – il Professore si ricompone, passandosi una mano tra i capelli grigi, lunghi in modo affascinante, - chiedo scusa, le ho dato del tu.
- Vai avanti... – risponde piano Serena con la voce che sogna, le mani incollate alla gonna, alle cosce. In fondo lei sta male, non si è mai ripresa da quello shock inatteso e adesso di fronte a quell’uomo sente un senso caldo di allerta, dentro di lei, a fronte del potere di lui, che la scava, denudandola nella sera che entra dalle finestre, e intanto fuori c’è Roma.
- Lei è stata guidata sadicamente in un corridoio che avevano preparato per lei. Sai come coi topi? La media dei personaggi si elimina da sola in quelle trasmissioni,il suo errore, il suo peccato capitale è stato quello di proseguire, domanda dopo domanda, fino alla vittoria, capisce?
- ...perchè, non capisco..
L’uomo si accalora e diventa rosso in volto e si toglie gli occhiali e dice: - Esiste un tale livello di ignoranza in chi partecipa a questi giochi, e non è l’ignoranza di chi non risponde a una domanda banale, non è questo, cerchi di seguirmi...
A Serena piace quell’uomo che le sta dando una mano, percepisce la strumentalità del Professore, forse sa dove vuole arrivare (al suo corpo naturalmente), ma la cosa la fa sentire bene, le mette i pensieri in sordina, la solleva dalle responsabilità, le ricostruisce un ruolo, fosse pure quello di oggetto. Apre la bocca e vorrebbe parlare, ma è più comodo ascoltare e allora scuote la testa come a dire che cose importanti che stai dicendo, che aspetti, affonda più crudelmente, fammi sentire qualcosa..
- L’ignoranza è alla radice – continua il Professore, - ed è quella che permette di scegliere la propria umiliazione, con gioia, attivamente, direi con felicità se questa parola non fosse piena di trabocchetti. Del resto, mettere allo scoperto, in scena, le proprie reazioni private e viscerali è l’ultimo gradino della civiltà, l’avrà sentita pure lei, questa.
- Mettere in scena... anche piangere, disperazione e gioia?- Si azzarda lei, e fissa l’ora sull’orologio appeso dietro la poltrona, il tempo è trascorso, la terapia è conclusa.
- Scommetto che lei Serena, ha visto in precedenza quella trasmissione, magari seduta sul divano; può darsi che abbia dimostrato una certa empatia nel riconoscere le persone, tanto che alla fine si è detta: perchè non fare domanda per partecipare? magari ci faccio cinque o seimila euro e al limite mi diverto, no? Finalmente vedere il dietro le quinte, il divertimentificio virtuale nei suoi meccanismi di pancia, chi non vorrebbe farlo lì fuori? non ha forse detto, o pensato queste cose?
Serena annuisce, con la testa che vaga, un senso di stordimento che conosce e che la chiama per nome.
- E in fondo che aveva da perderci, bambina mia? Nulla. In fin dei conti passava un po’ di tempo in qualche studio televisivo, lontano dai libri, e magari ci scappava qualche occasione: si poteva incrociare un personaggio famoso, e poi il viaggio e l’alloggio sono pagati, giusto? E quando sarebbe tornata in paese, non rimaneva che trasmettere tutta quella sana e moderna meraviglia, lo stupore dei privilegiati, non è così?
Serena sente caldo alle cosce, ma sa ugualmente che tutto parte dalla testa, da un certo arrotolarsi dei suoi pensieri. Prova un languore, si sente pieghevole come un giunco, morbida come un mantello di seta, che le sta accadendo?
- Sì.. – risponde poi a fatica, aggiustandosi sulla poltrona, sempre con la schiena rigida, ciondolando piano con la testa.
- Poi la sua fotografia è stata osservata due volte e qualcuno ha preso il book in mano. Quel qualcuno si è reso conto che lei è una bella ragazza, e poi il quadro è quello giusto: una bellezza mediterranea, tutti quei ricci, con un padre atletico e giovanile, qualcosa che rassicura e ingolosisce nello stesso tempo, non so se mi spiego, la femmina un po’ sciocca e un po’ colta, sfidante ma superabile, mi capisce?
- Come fa a indovinare queste cose.. – chiede lei in un soffio, in preda allo struggimento, e ha capito che sta desiderando quell’uomo in modo pazzesco, sente una vertigine. Cosa c’è di più bello di volerlo adesso, subito?
- Lei è stata giudicata idonea a partecipare, un buon colpo, se così posso dire. Tuttavia lei era una pedina come le altre, nel supermercato delle emozioni di base, uno dei, quanti sono? Quanti ne passano la stessa sera?
- Quattro.- sussurra lei, spalancando la bocca, tenendola aperta con il labbro di sotto che pende, forse lascivo, il respiro lieve ma denso e si ritrova nel camerino, a tu per tu con la scortesia di truccatori e parrucchieri, che ti maneggiano come un pezzo di carne, sensazione straniante anche quella, affascinante, ridursi a puro oggetto grafico, a un vaso da riempire.
- Bene, lei era una dei quattro partecipanti, nulla di più. Il suo amico Presentatore, sapeva bene di gestire delle galline in batteria, mi passi il termine: il suo tempo lo passa per la maggior parte a gestire emozioni balorde, troppo grezze o talvolta troppo sofisticate (è uguale), nulla che possa mai sfidarlo, metterlo di fronte a dei limiti professionali, nulla che possa fargli fare il botto senza sacrificio. Finchè non arriva lei.. – Il Professore s’alza dalla poltroncina girevole, e si avvicina a Serena. Dalle imposta entra la luce rossa del tramonto romano e le tende s’alzano, spinte dalla brezza che profuma di belle di notte. Il Professore si accovaccia ai piedi di lei e gli abbraccia le ginocchia, baciandone una (un bacio leggero, appena sfiorato).
- Lei quella sera indovina tutti i personaggi: li vede sfilare uno a uno, supera quasi tutte le domande, inspiegabilmente, e al Presentatore scatta nella testa una lampada verde, e vede profilarsi all’orizzonte un caso anomalo, qualcuno che rischia di vincere il premio, e allora decide di giocarsi la carta più semplice, quella banale: impedirle di vincere o se questa carta estrema non funziona, vendicarsi di lei. Perchè va bene avere una ragazza carina che soffre ed è bravina, ma non va bene se questa vince e si porta a casa la baracca, questo si dice il Presentatore, di fronte alle telecamere.-
Serena ha un barlume di consapevolezza adesso, anche se è distratta dalle mani di lui, dal trionfo di quel contatto desiderato, mani che le carezzano le ginocchia, e capisce quello che le ha fatto quell’uomo, il Presentatore, ma quella violenza diventa un motore per le mani del Professore, che adesso le carezza piano l’interno di una coscia (ed è lei stessa che apre le gambe). Serena si tira su la gonna corta. L’altro riprende a parlare: - Quando il Presentatore ha capito che aveva vinto, in lui ha prevalso lo spirito di vendetta, il non poterti impedire una vittoria, e allora ha prolungato all’infinito il tempo che ti separava dal tuo diritto a riscuotere. Quanto tempo ti ha tenuta in sospeso, sotto lo sguardo della telecamera?
- Toccami, non lo so. – risponde Serena, rauca.
Lui affonda la mano, usando le dita come segugi, confondendo il tatto con l’odore.
- Io lo so quanto tempo ti ha tenuta sulla corda, in diretta. L’ho calcolato quel tempo. Ci ha messo venti minuti quel bastardo, a dirti che avevi vinto. E con frasi ripetute, finta suspence, rimandi alla regia, finto acme nei discorsi, ricapitolazioni, inquadrature del papà che, lui per primo, aveva accettato e spinto la tua candidatura e che adesso si guarda in giro per lo studio, rosso in viso, chiedendosi quando dura questo schifo. – e il Professore preme le dita sul punto dolente, e muovendo le dita con sapienza, spingendo e aprendosi varchi tra la carne coperta ancora di stoffa, le strappa un sospiro dolente, un sospiro di confine. Serena cerca l’ossigeno per continuare a nutrire il senso d’impotenza, le braccia dietro lo schienale a reggere il dorso, che si curva come un arco.
- E’ lì che ti sei sentita perduta. Nel momento in cui lui non mollava, quando il Presentatore tirava la trasmissione oltre la decenza, perchè ti teneva in ostaggio, e tu non sapevi che la cifra della vittoria non cambia la tua vita: quattro muri e due quadri di merda.
Serena sente il piacere come un montante, un’onda complessiva che la stupisce per la violenza, niente di conosciuto, forse nulla di desiderabile, solo quelle dita che l’allungano, la tirano come un elastico e poi le danno tregua di nuovo, come un piacere al minimo di scoppio, che però non si allontana, e allora il ritmo di lui riprende, crudele, sulla topografia delle sue zone, sollecitando una ripresa, una meccanica elementare che la sta gradatamente (e senza speranza) portando al deliquio, alla pozza organica finale, calda, gelatinosa, brulicante di vita. Un secondo prima di perdere il controllo, sul crinale dell’onda spaventosa, Serena sente l’uomo che dice: - Sempre schiava rimani, del primo idolo che passa, di un titolo accademico, di una televisione, fama o celebrità, o di un tempo che s’è bruciato le certezze, e allora ci si riduce, tutti, me compreso, alla misura di schiavi.- conclude il Professore inseguendola con le dita, facendosi largo tra le gambe di lei, che adesso stringono il polso. L’uomo abbandona l’offensiva con stile, la lascia respirare, apre la mano a ventaglio, allontana le dita, prosegue una carezza di conforto.
Serena respira, mentre ancora lui l’accarezza gentile, e poi lei dice a voce alta: - Sono io che lo voglio! Ha ragione lei, è stata come una violenza, e io non posso farne a meno.

Serena sul divano ripensò alla sera del Presentatore, alla trasmissione, all’eccitazione di entrare in milioni di famiglie: il televisore diventa scenografia, dopo un pomeriggio di sole accecante, scaricata da un taxi di fronte allo studio, una scatola cinese di plastica che fa finta di sembrare un mondo sofisticato, il retro-palco di una vicenda inventata e importante, con regole false, parvenze di onore. E poi lo stupro emotivo del Presentatore, durante il quale Serena rincorreva i fuochi artificali delle proprie emozioni (che non sapeva di possedere), e poi il sadismo del sistema e infine i soldi, tanti, molti più di quanto potesse immaginare e alla fine il bene rifugio, la casa, mentre le architetture della sua testa saltavano una dopo l’altra, come i tronchi durante il varo. E dopo il momento di dolore e confusione, di nuovo sola e fuori dai riflettori, arriva il suo Professore, che l’accarezza sulla poltrona dello studio. Ecco quell’odore falso, quattro muri e due quadri di merda, la pancia aperta per annusare emozioni. Non c’era qualcosa di importante in quella storia? Qualcosa di non detto, o al contrario già visto e stravisto? Non è possibile per lei, ragionò Serena, pensarsi al sicuro? Suonò il campanello, e la donna seppe che era il Professore, che veniva a riscuotere un pedaggio di sottomissione nel suo abito di tutti i giorni, magari portando un pranzo cinese, e per un momento si vide vinta come al solito, a quattro zampe sul tappeto, con il sedere per aria, la lingua a penzoloni come a lui piaceva, e poi si chiese perchè dovesse farlo, e non riuscì a darsi una risposta.

State bene. Cyrano.
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giovedì, luglio 19, 2007

Senso


- Sei arrabbiato con me? – chiese Marta.
- No. Sono solo stanco. Stamattina nell’autobus, a momenti mi sento male per il caldo.- rispose Aldo, appoggiando il libro sulle ginocchia. Sudava, sentiva le gocce aprire i pori della fronte. Marta fece sì con la testa. La brezza calda spirava dal prato, fino all’albero dove c’erano le sdraio, all’ombra. Marta appoggiò il bicchiere appannato, facendo attenzione a non rovesciarlo.
- Ho avuto l’impressione che non ne avessi voglia. Di venire qui intendo. – aggiunse la donna.
- Non è questo. E’ che non ho voglia di far niente in questo momento. Capisci?
Marta tacque, godendosi il filo di brezza, passandosi una mano sulla nuca, sollevandosi i capelli rossi. Si passò la lingua sulle labbra e cercò di rimanere immobile per non sudare. Pensò che quelli erano momenti importanti per lei, da godere semplicemente. Sentiva un flusso di energia stanca, languida, che usciva dal corpo e si spargeva tra l’erba. Momenti in cui la vita regala una tregua che basta regolare al minimo il motore, per viversi. Ma per Aldo era tutto complicato invece, strutturato, pianificato. La donna si disse che a quarant’anni ancora gli uomini non li capiva: quella loro testardaggine bambinesca a rifuggire dai momenti di armonia, l’abitudine a pensare ad altro, la debolezza di non voler incontrare se stessi.
- Mi fa piacere essere qui, - riprese Aldo, -..sul serio. E’ solo che ho.. dei pensieri e non abbiamo mai il tempo di parlarne.
- Parliamone adesso, se ne hai voglia.- Rispose Marta dopo una pausa. La donna si tirò su la gonna, inarcando la schiena sulla sedia, respirando a fondo l’aria calda.
- Non so, prima dovremmo decidere cosa mangiare, la spesa. Quando arrivano Anna e Franco?- chiese lui.
Marta sbuffò piano, girando il volto da un’altra parte. Seguì con lo sguardo il tronco di noce che gli dava ombra, su, sempre più su fino ai grossi rami, fino alle foglie intricate. Sentì una mosca che ronzava nell’aria calda, ma non le prestò attenzione, per non turbare quell’equilibrio.
- Arrivano stasera, che bisogno hai di pensare alla spesa, adesso?- rispose con un sussurro.
- La dispensa è vuota, tutto qui. Cristo che caldo. – disse Aldo.
- Vorrà dire che a pranzo ci arrangiamo in paese, dov’è la difficoltà?
Aldo non rispose, appoggiando i piedi nudi sul terreno erboso. Odiava la mania femminile di semplificare le cose. Per le donne tutto era facile, sempre. Tutto era risolvibile, purchè ci pensasse un uomo. Ma quella era letteratura, si disse. Niente di nuovo. Poi disse: - Nessuna difficoltà. Ce ne andiamo in paese a mangiare qualcosa, come dici tu. E stasera vedremo.- rispose secco Aldo.
- E poi stasera possiamo parlare un po’. – aggiunse Marta, senza molta convinzione, ad occhi chiusi. Si conoscevano da anni, e sapevano entrambi che la spinta alla condivisione capitava solo in certi momenti, quando non erano oppressi dalle ansie di tutti i giorni, quando riusciavano a ritagliarsi uno spazio psicologico adatto, un’atmosfera complice e languida. Erano i momenti che poi finivano a fare l’amore, di solito. Ma quello, si disse Marta, non era uno di quei momenti. C’era qualcosa a cui Aldo era appeso, qualcosa di non detto e che non aveva senso forzare.
Aldo si alzò dalla sedia e si incamminò lentamente verso lo chalet, reggendo il libro. Marta osservò la sua figura che tremava nell’aria calda, e prima che l’uomo giungesse alla porta, il profilo di lui era quasi sparito, come una linea curva e spezzata che danzava tra prato e cielo.
Aldo aprì la porta metallica con la zanzariera ed entrò nell’ingresso. Il fresco di casa gli diede una vertigine e dovette appoggiare il libro al muretto di fianco alla porta. Allora era questo, si disse, avere quarant’anni: provare la sensazione che tutto ciò che si è costruito è roba inutile, una fatica che non porta a nulla, un agitarsi senza scopo.
- Non serve a niente. – si disse Aldo rimanendo in piedi nella penombra della sala fresca. Alzò una mano e se la mise di fronte al viso, per guardarsi vene, tendini e pelle, con la certezza consapevole, interna, che sarebbe morto pure lui e che la Storia non si sarebbe guardata alle spalle, per vedere dov’era. Aldo sentì la porta aprirsi. Era Marta che disse: - la vuoi veramente una cosa a cui pensare?
L’uomo si voltò e guardò Marta e si fissò sulla bellezza di quel volto conosciuto, le labbra piene, il naso piccolo e diritto i capelli imponenti che facevano un circolo di fiamma. Lui scosse la testa: - no, non la voglio una cosa a cui pensare. – rispose, e poi si accorse che Marta aveva la camicia sbottonata e il petto sudato che ne reggeva appena i lembi. Si chinò a baciarla e le passò le mani sul fossato della schiena, dietro la camicia, tirandosela addosso, schiacciandosi sul corpo di lei, dimenticandosi la morte, inseguendo una vertigine, fosse pure, soltanto, quella della carne.

State bene, devo scappare. La correzione delle bozze è arrivata. Il treno è in corsa. Se mi perdonate, ancora una volta, getto le braccia in avanti e lo prendo. A presto. Cyrano.
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categoria: racconti, cyrano, short story

venerdì, giugno 15, 2007

Mercato


- Che stai facendo? – gli chiedo mentre resto in piedi di fianco al tavolino, in mezzo al mercato. Bem ha le gambe distese, le braccia incrociate, è vestito di nero. Ha la piega della bocca che sembra una ferita. L’aria dura, i capelli sugli occhi. Guardo il portacenere e vedo che ci sono almeno tre cicche. Mi fa paura quando lo vedo in quel modo. Capisco come fa a piacere alle donne, sembra un personaggio dei fumetti e capisco pure perchè piace agli uomini, con quell'aria indifesa e la dignità di un Don Chisciotte.
- Mi riposo. Non è il momento di parlare e non è il momento di scrivere. - risponde.
- Non c’è una sedia? Ti secca se mi siedo?
- Prendi quella. – Bem fa un segno dietro le sue spalle. C’è una sedia dimenticata di fianco a un tavolino vuoto. La prendo e mi siedo. Appoggio i gomiti.
- A proposito , - dico - il contratto l’hai firmato?
- Fatto. – risponde.
- E il romanzo?
- Arriva. Ci lavoro.
Sto zitto e guardo la gente che passa. Sacchetti pieni di verdure, carrettini a ruote, gente di colore che vende, il fruscio della merce che impatta sulla domanda.
- Non entri? – chiedo. Sento una pressione, un’urgenza. Dovrei fare come i rabdomanti: seguire la vena e vedere dove porta. Non sarebbe qui, sarebbe lontano e avrei bisogno di un buon paio di scarpe.
- Con calma. – risponde Bem.
- Credi che l’odio sia una forza positiva? - chiede.
Lo guardo. Le domande di Bem cascano sempre dal nulla. E’ particolare Bem, perchè fa domande che si completano da sole, sono forme sintetiche che costringono una riflessione alla dimensione di un pugno. Vai tu a leggerci dentro, nelle domande di Bem..
- Positiva per cosa..? – chiedo.
Lui si gira dall’altra parte. Non sembra preda dell’odio, in questo momento, ma vai a sapere! Piuttosto sembra inquieto, ma Bem è sempre inquieto, gli serve per leggere la realtà, dice sempre. Ma potrei sbagliarmi: un giorno credi che Bem stia pensando a qualche architettura emozionale, a un personaggio per intenderci, e poi ti butta giù tre righe che parlano di un porco in campagna. E il personaggio dov'è finito? E chi lo sa.
- Una forza positiva..., - chiarisce adesso, - ..qualcosa che crea una depressione di campo, sai? Presente gli elettroni?
- Sì, ho capito. L'odio come gli elettroni. Credo che sì: l’odio può essere una forma positiva, come un motore...
- Già bravo. – risponde Bem, - come un motore.
- Però.. - proseguo io, - è anche qualcosa che ti fa precipitare: è l’irrazionale che ti fa saltare l’ala quando tocchi il cielo superiore, presente?
- Certo. E’ tutta la vita che pago per questo.- e guarda il tavolino. Fa sempre così. Ciclotimico direi. Mi viene voglia di passargli una mano tra i capelli, ma ho paura che morda.
- Ahhh... lascia stare.- dico io, - stai ancora a pensare a quello? – continuo e mi reggo la mano per non accarezzarlo. Bem mi guarda e ha un’espressione quasi dolce. Scuote la testa.
- No. Non capisci. E’ tutta questa cialtroneria.- e agita le mani a comprendere il mercato, gli edifici fatiscenti, il cemento spaccato, la gente che grida, il puzzo di formaggio.
- Sono mezzi uomini.- Continua Bem.
- Appunto. Certo. Sono mezzi uomini. Quindi che te ne...
- Fanno rumore bianco. Non hanno nulla di bello, nulla di vero, nulla di giusto. Si accapigliano per un pezzo di pane, sbavano, imbrogliano, inventano, sono come mulini a vento. Potrebbero avere il paradiso e hanno pezzi di terra nelle mani.
Non lo seguo più, Bem. E’ difficile da seguire, ammesso che ci sia qualcosa da seguire. Allora mi alzo. Lui mi guarda da sotto gli occhiali da sole, poi abbassa la testa.
- Io vado.. Stai su.
Lui fa sì con la testa, ripetutamente e mi viene il dubbio che stia piangendo.

State bene. Va tutto bene. Insetti da schiacciare. Grandi fortune si ammassano come capitoni nel cesto. A presto. Devo scappare. Cyrano.
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categoria: scrittura, cyrano, short story, bem

lunedì, maggio 07, 2007

Intervista

Ciao,

a fine aprile ho rilasciato una breve intervista. E' a cura di Writer, su Altre Latitudini


Se vi interessa qualche dettaglio sulla vita privata, lo trovate cliccando qui.


State bene, a presto. Cyrano.
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categoria: annunci, scrittura

mercoledì, aprile 04, 2007

Neuroblastoma


Tra di voi c'è un sacco di gente che scrive bene. Su PiùBlog raccolgono storie per bambini, da inserire in una raccolta cartacea, a scopo benefico. Non c'è da guadagnare, quindi se qualcuno pensa che i propri scritti debbano essere pagati o buttati solo sul blog, è inutile che ci vada. Si tratta di scrivere roba inedita che stia dentro i 2000 caratteri (spazi compresi) e destinata a bambini. Favole dunque.
2000 caratteri non sono molti e l'impresa di sintesi, da che mondo è mondo, non è facile: una sfida interessante dal punto di vista della scrittura.
Cosa c'è di diverso rispetto alle iniziative benefiche con cui giornalmente entriamo in contatto? Nulla, perché la sofferenza non ha graduatoria. Ma da qualche parte bisogna pure iniziare e se uno ha un talento, esiste forse un modo migliore per impiegarlo?

Trovate il banner a sinistra se siete interessati, appena sopra le Categorie. Oppure seguite il link a inizio post.

State bene. Cyrano.
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lunedì, aprile 02, 2007

(il mio) vampiro


Ti muovi torpida e snella in assenza di luce,
cascata di capelli, passo odoroso e lento
mi giro e ti seguo con iride aperta, attento
a cogliere il segreto, il filo che seduce.

Energia di petto e vene, lenta si riduce.
La tempesta si calma e prosegue il bastimento
per inerzia, Argo che cerca l’ ultimo vento,
ancora insieme! Ancora Castore e Polluce!

Quando la curva geografica del seno chiama
dimentico il Mar Nero, a dispetto dell’odore
tuo di sale, e misuro a morsi voglia e amore.

A che serve filosofia? Parole, rumori
bianchi diventan sintonia: e la tua mano mi
accarezza, aguzzi i denti mandano bagliori.

Cyrano
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giovedì, marzo 15, 2007

...

Ieri passeggiavo al sole in preda allo straniamento. Cercavo un senso, uno qualsiasi, che mi spiegasse per esempio il tempo che passa, l'esistenza che si svolge come un tappeto, la corsa allegra dei giorni in direzione del nulla. Le persone, i passanti, diventano insetti privi di coscienza, rapiti da una meccanica elementare. Nessuno mi rivolge parola mentre seguito a camminare, mi giro, salgo uno scalino e sgrano gli occhi (e apro la mente) alla ricerca di un significato: forse sono una maschera di angoscia, forse sono trasparente, forse semplicemente sono, mi dico. Ricordo che quando vago privo di forze in questa maniera vuol dire che non ho più amici, non ho più amanti, non ho più lingua, non ho legami di sangue, nessuna responsabilità che regga il confronto con l'assenza di unicità che percepisco. Vorrei tacere per sempre. E' una sensazione che non pone domande, ma che finalmente si accontenta di ciò che diviene, senza altro scopo che il movimento.  E' in questi istanti che vorrei sedermi a guardare il mondo che scorre, le mani sul tavolino, percosso talvolta da risate improvvise e malinconie, preso dalla bellezza fine a se stessa e dai lati comici della vita che incespica, colto dalla pietà degli amanti e dalla natura. Allora sì che apprezzerei la beffa gentile di questa vita e il dispiegarsi di tutte queste magnifiche parabole, come fuochi d'artificio nella volta scura della notte. Ma io rifiuto la società, perché mi allontana da questa bellezza. Mi sarebbe forse facile un moto di rivolta, un NO! isterico urlato in faccia a chiunque. E invece cammino privo di parola, al sole, alla ricerca di una bacchetta che mi costringa a governare (sul palco) l'armonia.

Cyrano.
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giovedì, marzo 01, 2007

Bassa intensità


Solomon punta il fucile con calma dopo aver appoggiato la sigaretta sul terrapieno della trincea. Spira un vento freddo che viene dalla foresta e tutto è scuro e silenzioso. L’uomo preme il grilletto e le orecchie fischiano per la detonazione. Il tracciante si perde nel bosco, come un filo di fiamma. Solomon spinge indietro il bordo dell’elmetto con un pollice, si gira di scatto verso di me e fa una smorfia con la bocca.
- Mi dai il cambio Marlon?
- Manca un quarto d’ora. Ma per me è lo stesso.
- La sai la teoria dei dieci minuti?
- E chi non la sa? Spara un colpo ogni tanto e fagli tenere giù la testa.
Si sente un altro colpo, dalla trincea di sinistra che si confonde nella piana, tra l’erba gelata. Solomon afferra il Garand, sputa e si accovaccia sotto il bordo della trincea, togliendosi l’elmetto e lasciandolo rovesciato come una tartaruga. - O’Nell, quell’irlandese del cazzo.
Oltre il terrapieno la foresta di abeti si agita lenta come un lenzuolo. La nebbia galleggia alla base dei tronchi e assorbe luce dalla sera. Penso al soldato Grician e anche al caporale Perl che ieri notte si guardava la ferita alla coscia e che non ci credeva mentre stava morendo. Con Perl andavamo spesso al cinema sulla Deviller a Pensacola, prima dell’arruolamento. Beveva gazosa col whiskey e gridava alle ragazze, seduto sul cofano della macchina. Voleva rimorchiarne qualcuna, per me e per lui, e allora si sbracciava e si passava le dita sulla riga dei pantaloni. Peterson ieri notte gli ha fatto credere che sarebbe andato a casa di nuovo, a Pentacola, e forse Perl non ci ha creduto, o magari invece gli è servito, poterlo credere intendo. Poi quando è morto il tenente ha bestemmiato e si è guardato le mani con tutto il sangue e il terreno inzuppato.
- Marlon. Credi che attaccheranno?- Chiede Solomon.
- Non so. Dicono che sono disperati. Ho sentito parlare di sacca. – Mi appoggio al bordo della trincea e punto il fucile, con i gomiti sulla ghiaietta. Di fronte, a forse cinquanta metri dal bordo della trincea, inizia la foresta.
- E da chi l’hai sentito?
- Dal tenente. E da Richetti.
- Richetti è un italiano del cazzo. E poi se i crucchi son disperati, noi che siamo?
- Noi siamo quelli che vincono.
- Vincono? Credi ancora a queste stronzate?
Guardo il fitto muro di tronchi e non mi pare giusto che da lì possano uscire i crucchi per sfuggire all’accerchiamento, improvvisamente, per gettarsi sotto il fuoco della trincea. Non mi pare giusto per niente, nè per loro nè per me, qualcosa non funziona perchè non può essere così semplice. Lontano, verso oriente, si vedono i bagliori di un incendio e le vampe di un bombardamento, ma è come al cinematografo, il rombo sembra distante.
- E se non arriva nessuno? Intendo stanotte, e poi domani e così via. Potremmo anche sistemarci per bene.- dice Solomon fumando. Penso che non c’è nessuno che abbia il culo pesante come un soldato: appena possiamo ci assestiamo, facciamo spazio, ci organizziamo per restare il più a lungo possibile, ci costruiamo un tetto di lamiera sulla testa, male che vada un telone, o una buca: creiamo un fuoco da campo e pensiamo alle provviste. Ogni luogo che attraversiamo, che sia pieno di roba storica, di palazzi vecchi, o che sia una foresta come questa, ecco che l’immaginiamo come casa temporanea, cerchiamo di valutarne il potenziale d’accoglienza, quando alla fine butteremo in terra lo zaino e ci leveremo gli stivali. Una deformazione professionale quella del soldato, un senso di stanchezza fisica e interiore che si rende materia, muro e tetto (per ripararsi dalla pioggia e poter chiudere gli occhi).
Punto il fucile contro il bosco e tiro il grilletto. Mi prendo la botta sulla spalla e il fragore si perde nella sera. C’è odore di erba bagnata e di fumo. Solomon guarda la brace della sigaretta, seduto sul fondo della trincea.
- Pensavo a queste guardie del cazzo che non finiscono mai.- Dice Solomon tastandosi le giberne, forse in cerca di qualcosa. Lo rivedo in piedi sul ponte della nave militare, prima che fischiassero l’inizio del coprifuoco. Sempre stato così, Solomon.
- Non so. Basta non pensarci.- Dico.
- Come quando vai dal dottore, da quello dei denti. Ci sei mai stato tu da quello dei denti, sei di New York tu, no? Ci saranno dottori dei denti a New York.
- Sì. Ma prima stavo in Florida. Dal dottore ci sono stato un paio di volte, da ragazzino.
- Credevo che ci fossero solo italiani ed ebrei a New York..
- Ma che cazzo dici.
- E’ che non ce l’ho con loro. E’ che i mangiaspaghetti son tutti uguali: la brillantina sulla testa, i figli ei cugini, le mogli grasse, ahh... – Solomon fa un gesto di stizza con la mano e poi sbuffa il fumo.
- E Solomon allora? E’ un nome ebreo.- Gli ricordo fissando il bordo della foresta, aguzzando gli occhi nel buio.
- E allora? Certo che è un nome ebreo.
- Però parli male degli ebrei.
- Non ne ho parlato male. Eppoi non sono ebreo, mia madre lo era, e.. zitto! Hai sentito?
Guardo la terra di nessuno che divide la trincea dal limite del bosco. Provo a concentrarmi sui rumori ma non sento nulla. Sono come cieco. Solomon si alza, raspando coi piedi sul terreno fradicio, con il fucile puntato verso la foresta. Non c’è più luce e non si vede nulla. Continuo a non sentire niente di strano e mi maledico.
- Ho sentito qualcosa, viene da destra.- dice Solomon.
- Non vedo niente. Bengala ne abbiamo?
- Bengala?
- Sì, ne abbiamo?
- Aspetta che controllo.- Solomon si mette a rovistare nelle cassette di legno. Lo sento imprecare.
- Ma possiamo tirarli questi cazzo di affari?
- Se ce bisogno sì.
- E Peterson che dice?
- Il tenente non c’è, dammi uno di quei cosi. Dov’è la pistola? - Rispondo. Solomon mi passa l’attrezzo.
Ora il rumore si sente, anche se debole. Sembra una bestia che sposta il fogliame, saran quaranta metri, all’altezza del primo sottobosco, prima dei tronchi.
Prendo il candelotto e lo infilo nella pistola. Ripiego la canna e la punto contro il cielo.
- Pronto? – Chiedo.
- Merda. - L’uomo si calca l’elmetto sulla fronte e punta il fucile in direzione della foresta. Poi fa sì con la testa. Io sparo il bengala e il sibilo del razzo si perde nel cielo scuro. L’esplosione illumina la striscia di terra che separa la trincea dal bosco, una luce rossa che diventa bianca e sembra il vecchio cortile sul retro di casa mia, illuminato dai lampioni. Ma poi vedo quattro uomini che si piegano sulla punta delle dita, agitando le braccia e oscillando come morti viventi. Sono ancora lontani dalla trincea e mi pare di vedere altro movimento in prossimità dei tronchi.
- Merda i crucchi!- dice Solomon, e la voce non è la sua e poi spara una fucilata e subito un’altra.
Io punto il fucile su quelle figure lontane che ora urlano e agitano le mani.
- Crucchi figli di puttana.- mormora Solomon sparando altri colpi con cadenza, e il telaio del caricatore gli salta fuori (con un ping) e adesso si fruga nelle giberne, abbassandosi dietro il bordo della trincea. Sparo un colpo e poi Solomon si alza diritto, e spinge il caricatore col pollice, punta e spara ancora e le figure si gettano in terra, tra i cespugli e le urla si alzano nella sera, sotto la luce sempre più fioca del bengala. Dalla trincea a sinistra arrivano le grida delle altre sentinelle, ci dev’essere O’Nell e forse Robert, e pure quelli iniziano a sparare. Le fucilate spezzano l’aria e penso che siamo fortunati, perchè quelli non sparano, ma si limitano a cadere e qualcuno fa dietro front e cerca di raggiungere il bosco. Il bengala si spegne, i rumori cessano. Smettiamo di sparare.
- O’Nell, ci siete? – grido verso la trincea di sinistra
- Figli di puttana cazzo, avanzavano nel buio.- dice Solomon.
- O’Nell, mi sentite?
- Che cazzo vuoi Marlon? Ti sento. Voi siete interi?
- Qui a posto. Dovremo andare a vedere però.
- Che cosa? Non ho capito.
- Quel figlio di puttana di un irlandese fa finta di non capire, fa sempre così..- dice Solomon.
- Sta’ zitto, Solomon. Ho detto che dobbiamo andare a vedere!- grido.
Silenzio. Dal bosco arrivano dei lamenti.
- E chi l’ha detto? Il tenente?- risponde la voce.
- Il tenente non c’è adesso. Ma lo sai che dobbiamo andare laggiù, figlio di puttana!- Urla Solomon.
- Ehi testa di cazzo! Ti ho sentito sai! Vieni qui a dirmelo figlio di puttana, vieni..
- Piantatela!- Urlo io di rimando. Poi mollo il fucile e cerco il Thompson. Lo trovo sulle casse a sinistra. Verifico il colpo in canna e mi tasto le giberne per vedere se ho i caricatori.
- Vado io a vedere. Voi sparate un bengala ogni tre minuti e copritemi.- Dico allacciandomi l’elmetto.
- Cazzo Marlon, chi te lo fa fare? Sei scemo? Dovrebbe andarci O’Nell in quella merda!
- Stai zitto e cerca di darmi una mano, almeno tu. Coprimi cazzo.
Salto oltre il bordo della trincea e inizio a camminare svelto, curvo, puntando il mitragliatore verso la direzione dello scontro, ma è tutto buio. La trincea dietro le spalle è come se mi chiamasse ma io non l’ascolto. Quando arriva il primo bengala mi sdraio in terra e sposto l’erba secca con la canna, puntando i piedi nel terreno. Vedo un movimento ai confini del bosco. Sparo una raffica breve, poi un’altra. Sento che dalla trincea arrivano le fucilate. Adesso vedo il profilo dei corpi dove sono caduti. Qualcuno si lamenta. Disteranno venti passi, decido di aspettare e premo la testa sul terreno. Il bengala si spegne. Mi alzo e avanzo piano, sfioro il terreno con le nocche della mano, respirando forte. Sento il sibilo del bengala e mi getto in terra, puntando il mitra. La luce cala dall’alto come un ombrello e appiattisce le ombre. Sento il lamento di prima e sparo una raffica verso i corpi accasciati. Vedo l’impatto dei proiettili sulle divise, i tonfi, le scintille di una fibbia, la massa dei corpi che sussulta. Il lamento cessa. Provo un senso di sollievo nella mente vuota. Respiro e aspetto. Torna il buio. Sento il vento che scuote i cespugli e i tronchi si muovono nel buio. Rimango in attesa, e poi capisco che non so cosa aspetto. Non ho voglia di alzarmi. Dalla trincea sento delle grida, ma non le ascolto, non le capisco. Poi arriva un altro bengala e adesso vedo che dal bosco si affaccia qualcuno che agita le mani. Non punto nemmeno il mitra. Sono in quattro e agitano un pezzo di stoffa. Gridano polski polski e fanno dei gesti, inciampano tra i cespugli. Mi alzo. Loro si fermano e non parlano. Hanno divise stracciate, non sono tedeschi. Hanno ancora le mani in alto e uno dice Amerikanski! e altre cose che non capisco. Mi guardo alle spalle ma la luce del bengala sta calando e riconosco solo un braccio che mi fa segno dalla trincea. Sparano un altro bengala adesso e io cammino verso i corpi dei polacchi che abbiamo ammazzato. Li osservo. Hanno divise grigie e corpetti di cuoio lucido e macchiato. Due di loro non hanno le scarpe. I volti deformati fissano il buio. Sono carristi delle squadre polacche. Mi chiedo che ci fanno dei carristi polacchi nelle Ardenne ma poi scopro che non mi interessa. Faccio un gesto ampio con la mano e i quattro polacchi si incamminano verso la trincea e sembrano contenti. Io non sono contento, sento la bocca amara, è come se fossi qualche centimetro di fronte a me stesso, mi vedo dall’esterno, una figura patetica e sfocata. La luce del bengala si spegne, ma ormai sono vicino alla trincea e prima di saltarci dentro sento la voce di Solomon che dice: - Polacchi del cazzo.

State bene. Cyrano
postato da cyrano66 alle ore 00:52 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
categoria: cyrano, short story

lunedì, gennaio 15, 2007

Milena

Secondo te come va a finire? e cerca di ripararla con la schiena dalla pioggia battente.
Non ti sento amore mio.
Mario avvicina la bocca al suo orecchio, sente i capelli bagnati, il vapore della nuca sulle labbra, l’odore che filtra dal collo del maglione bagnato. Gli monta l’istinto di coprirla, di proteggerla, e una nota bassa e disperata gli attraversa i pensieri. Nel cielo si spacca un tuono che seguita a rotolare, rimbalza, si frantuma dietro i palazzi della Regione e lei rabbrividisce nella penombra della tempesta. 
Volevo dire, secondo te come va a finire?
Lei si stacca dall’abbraccio, lo guarda da sotto e lui la trova bellissima con i ruscelli sulla fronte, lei apre la bocca ed è tutta bagnata di pioggia, i capelli inzuppati le solcano il viso (separandolo in settori).
Che ci dobbiamo muovere, non possiamo stare sempre qua sotto, urla lei sorridendo.
Cristo Milena, ci saranno cinquecento metri prima della macchina e
Ma non possiamo star qui!
si deve attraversare il piazzale. Hai presente il piazzale?
Contiamo fino a tre?
Va bene.- Risponde Mario. Il cuore gli s’apre, qualsiasi dubbio è scappato, è leggero come il ghepardo, è come una casa senza il soffitto, che aspettiamo?
Uno.. due, e tre.
Lui la vede che parte verso il piazzale, non correndo ma a passo veloce, sferzata dalla pioggia, con la mano avanti e indietro che regge le scarpe. Milena è a piedi nudi e il maglione le diventa una rete pesante, che si sforma sul busto e pende sui gomiti. La pioggia è talmente fitta che Mario la vede sparire come tra una cortina, e i fianchi ondeggianti, il maglione afflosciato, i polpacci e le mani diventano bianco e nero, macchie di luce che dopo un secondo sono sparite, e Mario vede le scarpe di lei disegnare la rotta nell’aria.

State bene. Cyrano.

 
postato da cyrano66 alle ore 23:54 | Permalink | commenti (9) / commenti (9) (pop-up)
categoria: cyrano, mario rinaldi

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